🍀CECILIA FARAGO' LA PIU' POTENTE STREGA CALABRESE: SCONFISSE L'INQUISIZIONE E INDUSSE IL RE AD ABOLIRE IL REATO DI STREGONERIA | RUBRICHE CARTOMANZIAWHATSAPP.COM
La più famosa strega calabrese della storia è Cecilia Faragò, nota per essere stata l'ultima donna processata per stregoneria nel Regno di Napoli nel 1770.
Nativa di Soveria Simeri (Catanzarese), Cecilia era una magara (termine dialettale calabrese per indicare le streghe ed erboriste locali). Venne accusata dal clero locale di aver provocato la morte di un canonico tramite un maleficio. Il suo storico processo si concluse con l'assoluzione grazie a una memorabile difesa illuminista, spingendo il re Ferdinando IV a stabilire che la stregoneria non poteva più essere considerata un reato penale.Aspetti chiave della stregoneria calabrese
- La Magara: Nella tradizione calabrese la strega non è una figura puramente malefica, ma una guaritrice che fonde la conoscenza delle erbe medicamentose con formule religiose e scongiuri contro il malocchio.
- La condanna sociale: Come nel caso della Faragò, venivano spesso etichettate come streghe le donne vedove, indipendenti, emancipate o che gestivano autonomamente i propri beni fuori dal controllo patriarcale dell'epoca.
Il processo a Cecilia Faragò si concluse con la sua piena assoluzione, una sentenza storica che cancellò per sempre il reato di stregoneria nel Regno di Napoli.
- La difesa decisiva: L'avvocato Giuseppe Raffaelli dimostrò l'infondatezza scientifica delle accuse, parlando di superstizione e ignoranza.
- L'assoluzione totale: La Giunta di Stato dichiarò Cecilia innocente e ordinò la sua immediata scarcerazione.
- La svolta legislativa: Il re Ferdinando IV di Borbone decretò che la stregoneria non era un reato reale, vietando futuri processi di questo tipo.
- La fine delle persecuzioni: Questa sentenza storica del 1770 segnò ufficialmente la fine della caccia alle streghe nel Sud Italia.
La vita di Cecilia Faragò rappresenta un simbolo di emancipazione femminile e di trionfo della ragione sulla superstizione nell'Italia del Settecento. Nata a Zagarise nel 1712, visse a Soveria Simeri, in provincia di Catanzaro, diventando nota come l'ultima donna processata per stregoneria nel Regno di Napoli.
- Indipendenza economica: Rimasta vedova a 58 anni, scelse di non risposarsi e decise di amministrare da sola il ricco patrimonio lasciato dal marito. Questo comportamento sfidava le rigide convenzioni sociali dell'epoca.
- Conoscenza delle erbe: Pur essendo analfabeta, possedeva una profonda cultura pratica. Creava e vendeva oli profumati, infusi e unguenti curativi per i malati della zona.
L'accusa di stregoneria non nacque da un reale timore religioso, ma da un calcolato movente economico:
- L'avidità del clero: Due sacerdoti locali, i canonici Domenico Vecchini e Francesco Biamonte, desideravano appropriarsi dell'eredità della donna.
- Il pretesto dell'omicidio: Sfruttando la morte del parroco don Antonio Ferraiolo, i due sacerdoti sparsero la voce che l'uomo fosse morto a causa di un maleficium (incantesimo) lanciato da Cecilia. Sostenevano che la donna gli avesse fatto delle strane smorfie con la bocca per ucciderlo.
- L'isolamento: La popolazione, spaventata e influenzata dall'ignoranza dell'epoca, smise di comprare i suoi rimedi naturali e la isolò del tutto.
La prigionia e il riscatto
Arrestata a Catanzaro, Cecilia dimostrò un'incredibile fermezza morale. Non cedette alle pressioni e scelse come difensore Giuseppe Raffaelli, un geniale avvocato di soli vent'anni.
Il giovane legale impostò la difesa sposando le idee dell'Illuminismo: dimostrò in tribunale che la stregoneria era un'assurdità scientifica e che la morte del parroco era dovuta unicamente all'incapacità dei medici locali. Il processo si spostò in secondo grado a Napoli, presso la Gran Corte della Vicaria, dove Cecilia ottenne il trionfo e la scarcerazione.
Un finale agro-dolce
Nonostante la storica assoluzione che cambiò le leggi del Regno, la realtà per Cecilia fu dura: la vittoria rimase parzialmente platonica poiché non riuscì mai a recuperare i beni che le erano stati sottratti, morendo purtroppo in miseria. Oggi Soveria Simeri la ricorda con eventi culturali e una statua a lei dedicata.









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